Nella Svizzera italiana, di guerra, quella con le armi che sparano, non se ne vede da molto. Però c’è stata e si temeva sarebbe tornata.
Come accade, ha lasciato tracce indelebili sul territorio, oltre che nell’animo.

Là dove si pensava la guerra

Li concepimmo nel Medioevo per proteggerci, controllare, combattere, dominare. Secoli dopo un bambino ci nasce accanto e quelle mura diventano parco giochi. Poi, più grandicello, li trasforma libero in pareti di un’alcova,
in spazio teatrale, in pista da ballo...

Dal Medioevo all’Ottocento per incontrare mura di un passato diverso, dove quel bambino ha già avuto il privilegio di fare delle riprese. Anche qui una volta c’era il controllo, la strategia, addirittura l’impegno per sconfiggere la fame. Ora c’è la pace.

Nel Novecento la guerra è arrivata vicino, la si sentiva premere. Per tenerla fuori, là su in cima al Ticino, ci si è chiusi dentro la montagna. Finita anche la guerra fredda, dentro a quel gigante di roccia e materia, non si combatte più.

Scendendo verso sud e risalendo il corso del tempo, ci si imbatte in segni che parlano di attesa del nemico, di mesi a esercitare belligeranza, per fortuna senza doverla praticare davvero. I conflitti non sono ancora finiti, ma qui si cerca di pensare ad altro, senza dimenticare quel che c’è stato.

Questa storia è stata redatta da

Erik Bernasconi

Erik Bernasconi, regista e sceneggiatore. Nato e cresciuto a Bellinzona, è stato via una decina d’anni e poi ci è tornato a vivere e lavorare.